Visioni

Saggio introduttivo di "La pittura la fede. Gianpaolo Berto la visione del sacro"

Ogni cosa è sacra!
Ognuno è sacro!
Ogni luogo è sacro!
Ogni giorno
È nell’eternità
Ogni uomo è un angelo.
                   Allen Ginsberg
 
Il rapporto di Gian Paolo Berto con il sacro è totalizzante: tutto ciò che accade è sacro. Ogni manifestazione della vita è un’epifania del divino, è l’entelechia che nel tempo tende a realizzare la perfezione già iscritta in sé stessa quale propria finalità. È l’errante che cerca la sua terra promessa. È il bambino che cerca la propria madre, è l’uomo che cerca la propria origine. In questo percorso egli consegna allo spazio/tempo dell’etere le tracce della propria memoria individuale (che è parte della memoria collettiva dell’umanità), declinandovi il proprio pensiero e lasciando che il concetto di sé si estenda così nel passato come nel futuro come un’effluvio, un colore, un’emozione espressa sulla tela.
04Dottor Boto e signoraChe sia un barbone, un ladro o una somma entelechia (natura) quale fu Dante, come ebbe da dire Goethe, ognuno è in sé stesso sostanza ed espressione divina. L’arte, la religione, il pensiero, la grande umanità di Gian Paolo Berto si fondano su questo religioso principio di unità , di compassione e coinvolgimento di tutti gli esseri alla realizzazione della grande opera dell’esistenza, tramite la realizzazione individuale di ognuno. L’arte è di tutto questo esercizio suprema ascesi e, ancora una volta, realizzazione.
Gian Paolo Berto è infatti un artista fecondissimo, sia nelle notti trascorse a lavorare febbrilmente nello studio, sia in quelle passate a sfamare i barboni di Piazza Vittorio, o a ritrarli e dipingere con loro, oppure a visitare i luoghi monumentali di Roma e Venezia con Carlo Levi, Linuccia Saba, Ugo Attardi e tanti altri maestri, amici e allievi, narrando sorprendenti aneddoti e lanciandosi in impareggiabili dissertazioni erudite. Sacra e sociale è la missione educativa dell’artista che dona tutto sé stesso ai suoi studenti, mentre questi ultimi ne assorbono la passione e la disciplina del fare della vita un’opera d’arte, ponendo la propria esistenza nell’esercizio quotidiano della pittura. Talvolta si tratta di un lavoro collettivo e per questo con gli allievi ha recentemente fondato il gruppo Thrilling. I suoi dipinti sono i loro e i loro sono suoi: se ne appropria, li ridipinge, li completa in un dialogo o in un’esecuzione a quattro mani, sull’esempio delle storiche scuole e botteghe d’artista delpassato e del presente.
Da sempre Berto disegna ogni giorno in libretti d’artista dove segna regolarmente la data e il santo del giorno. La sua produzione d’iconografia cristiana è copiosa: all’artista è particolarmente caro il tema della Madonna col Bambino, che accompagna la civiltà del Mediterraneo fin dall’antico Egitto, in cui la Madonna ha il volto dolcissimo della scomparsa Jolena Baldini, che spesso adombra quello della madre. Nella sua produzione è presente il soggetto della Crocifissione, che sovente figura all’interno di altre rappresentazioni, come le tavole compartite che descrivono le fasi della creazione o la visione rosacrociana del cosmo. La tavola esposta in mostra raffigura una doppia tragedia per l’umanità: la morte del Cristo ed il bombardamento di Guernica.
Il rapporto col sacro nasce per Berto con l’inizio della pittura, vale a dire, sin da bambino, quando nella casa adriese del nonno ammirava una riproduzione 11Nudodell’Assunta di Tiziano e di lì è nato il desiderio inesaudito di dipingere una grande pala d’altare. Proprio in questi giorni l’artista sta invece realizzando una piccola pala per Monsignor Milingo, scomunicato dalla chiesa, ma che per Gian Paolo, sempre dalla parte degli eretici, è veramente “un santo”. Un altro religioso molto amato dall’artista è Sant’Antonio di Padova, che adombra il maestro Tono Zancanaro; tuttavia sovente, nelle opere di Berto, i santi, i cavalieri, gli eroi dei miti sono personaggi ricercati, stravaganti e sconosciuti ai più, ma resi paritetici nell’intendimento del pittore per cui il soggetto è sacro tout-court, così come lo è l’atto del dipingere.
14Senza titoloIl gesto rituale Pollockiano determina la qualità dello splendido disfacimento delle Venezie del 2003, anch’esse identificate come entelechie viventi e vibranti, dove le cupole di San Marco, risplendono dell’oro di Costantinopoli, capitale d’Oriente dell’Impero Romano. Infatti il rapporto tra Venezia, edificata originariamente come novella Roma, e la città eterna, per il pittore è di identità e di metamorfosi mnestica, così come accade per Venezia e la nativa Adria: la città è madre ed è metafora del mondo, luogo dell’esperienza dell’anima ed anima essa stessa. Altre raffigurazioni di San Marco presentano profili semplificati ed ampie campiture piatte: è la città di Corto Maltese, un omaggio a Hugo Pratt e all’amico scomparso Roberto Reali.
La smaterializzazione della forma nei dipinti di Gian Paolo Berto non arriva mai alla totale astrazione, tuttavia, utilizzando la tecnica delle stratificazioni pittoriche, l’astrazione finisce per contenere la raffigurazione o, più in generale, l’immagine finale contiene la storia delle precedenti icone, configurandosi così come sintesi dell’esperienza del processo di esplorazione della forma. In tal modo, attraverso l’atto del dipingere ritualizzato nell’esercizio quotidiano, ma non automatico, della pittura, l’artista instaura un dialogo con la materia pittorica, vivificando l’opera che così è in grado sostenere una “sacra conversazione” con il fruitore, e con l’artista stesso, il quale può decidere di proseguire a lavorarla, terminarla, o stravolgerla completamente. Apparentemente è il pittore che tiene il pennello dalla parte del manico, ma alla fine è l’opera che ha l’ultima parola sull’azione dell’artista, in quanto anch’essa è entelechia e sostanza.
Nell’opera di Gian Paolo Berto si ripristina in tal modo il rapporto originario dell’arte con il sacro e si demolisce l’idea ottocentesca  e infondata dell’arte intesa come merce (l’effetto non è la causa) che, opportunamente manipolata e diffusa ha inquinato la percezione dell’opera d’arte da parte dei nuovi fruitori e ha generato il fenomeno di mercificazione su scala industriale del “prodotto artistico” cui assistiamo ancor oggi. Una prassi tuttavia irreale e destinata a sciogliersi come neve al sole, confermando l’idea che ogni uomo contiene in sé la perfezione e può realizzare la propria vita come un’opera d’arte, rendendosi partecipe dell’opera collettiva dell’umanità intera.

Note biografiche

gp bertoGianpaolo Berto è nato a Adria (RO) il 26 Novembre 1940, inzia ad interessaarsi di pittura intorno al 1953 dopo la visita ad una mostra d’arte e dopo aver ricevuto in regalo da una zia dei colori ad olio con cui realizza il suo primo quadro.
Inizia a dipingere su tutte le superfici che trova, dal compensato ad altri materiali, e stringe amicizia con alcuni “anziani” come il pittore paesaggista Foster, il poeta dialettale Livio Rizzi o il critico drammatico Eugenio Ferdinando Palmieri, che individuano in lui i caratteri di una forte personalità artistica. Partecipa a estemporanee organizzate all’interno del piccolo mondo culturale adriese.
Un ‘insegnante di disegno e pittura, Gisella Breseghello, vede per prima i suoi lavori e lo incoraggia a dipingere. Lavora con Franco Previatello. Si lega di amicizia fraterna col pittore rodigino Gabbris Ferrari.
Nel 1956 gli organizzano la sua prima personale a Rovigo, nella “Piccola Galleria del Polesine” di Livio Rizzi. Vi espone fra l’altro un grande quadro ispirato ai contadini polesani che si intitola I consunti.
È un tema drammatico, le facce sono malinconiche. Qualcuno ne critica la scarsa piacevolezza. Carlo Levi, che visita la mostra, vuol conoscere subito il ragazzo. Su un libro delle firme lascerà un messaggio: “I brutti musi sono molto belli. L’arte è fatta di coraggio. Buon lavoro, Carlo Levi”.
Segue un periodo di grande lavoro, di dolore e di malattia. Cento giorni di ospedale durante i quali riceve ogni giorno, senza defezioni, la visita di Tono Zancanaro che lo apre al mondo dell’arte incisa.
Quando Gian Paolo ha vent’anni la sua famiglia si trasferisce a Roma. Alla ricerca inquieta di grandi spinte medita di chiedere a Giorgio de Chirico, che ha incontrato alla Galleria Russo in piazza di Spagna, di prenderlo a lavorare come ragazzo di studio. Non lo farà. Molti anni più tardi sarà de Chirico (che intuisce il suo appassionato amore per la pittura e apprezza i suoi giudizi positivi sui nudi del suo periodo classico, malvisti dalla critica) a offrirgli di andare nel suo studio quando dipinge.
Va a Villa Strhol Fern a trovare Carlo Levi che si interessa ancora della sua pittura, invitandolo a frequentare liberamente il suo studio e lo manda a conoscere Renato Guttuso, che nello studio al 222 di via Cavour lo accoglie con gentilezza. Scriverà fra l’altro di lui: “Mai ho visto in un giovane un più furibondo e ostinato amore per la pittura, un più appassionato desiderio di definire figurativamente i sentimenti”.
Visitando la mostra di Ugo Attardi alla “Nuova Pesa” di via Sistina conosce l’artista, al quale si lega subito di fraterna amicizia. I pittori coi quali sodalizza in quegli anni sono Pino Reggiani e Anna Salvatore. Poi conosce Enotrio, che gli fa conoscere il mondo drammatico e mitico del Sud. Ma resta forte e si accresce anche il suo legame con Tono con frequenti ritorni nel Veneto. Conosce Osvaldo Forno. Conosce Marino Mazzacurati, che lo invita a fare scultura con lui nel suo studio agli orti della Farnesina.
Realizza collages, assemblages (alcuni verranno esposti, in una mostra a due con Aldo Braibanti, nel Circolo Culturale di viale Giotto. La mostra è visitata anche da Pasolini, che vi terrà una conferenza).
Nel 1963 la sua prima mostra significativa a Modena, al Palazzo dei Musei è presentata da Carlo Levi, che Berto frequenterà con assiduità quasi quotidiana fino alla morte, in un rapporto esemplare allievo-maestro destinato a dare un impronta e uno stile alla sua vita di pittore e di professore quando sarà chiamato (prima all’Accademia di Belle Arti di Macerata, poi a quella di Roma) a insegnare tecnica dell’incisione.
Nel 1979, la prima mostra antologica nella sua Rovigo, a Palazzo Roncali, presentato al catalogo questa volta da un sociologo, Marcello Lelli che pubblica contemporaneamente un volume dedicato all’artista: “Romaberto”, edito dal Pomo d’oro di Padova.
Espone in Grecia (a Atene alla galleria “Le Pleiades”, e a Creta, alla Biennale Internazionale di Grafica all’Istron Bay). Seguono alcune mostre a Roma.
Berto ha appena finito di illustrare per l’editore Lombardi di Roma, con una serie di 43 acqueforti, “L’isola del tesoro” di R. L. Stevenson.
Partecipa su invito alla Biennale Internazionale di grafica “Vico Arte”. Realizza l’Atrio di Theatri Ephistola di Aldo Braibanti.
Mostra antologica al Teatro Comunale “A. Rendano” di Cosenza (1991). Illustra “Psicanalisi contro” di luglio (1991) con lavori su Mozart.
Stampa per i tipi di Luigi Ferranti (cartella Amodeo) una raccolta di 12 acqueforti dal titolo “Il cavaliere occidentale” (1993).
Stampa per i tipi delle edizioni di Sergio Mazzocchi una cartella di 12 incisioni dal titolo “Faust” (1994).
Fra l’estate e l’autunno 1994, sempre a cura di Micieli, ha partecipato con dipinti, tecniche miste e incisioni alle mostre: “Natura attraversata” (Pisa) e “Occasioni Rovesciate” (Maggiano).
Escono due cataloghi monografici a cura di Nicola Micieli per la mostra antologica di Villa Pacchiani a Santa Croce sull’Arno, presso il cui Gabinetto dei Disegni e delle Stampe viene accolta una scelta di sue opere.
Nel 2000, con Paolo Pucinischi mostra a Carpineto Romano nella chiesa di San Nicola. L’anno dopo, a Chioggia, mostra di assemblaggi.
Nel 2002, mostra sul Tevere a Roma organizzata da Maragnani e Omaggio a Borges a Olevano Romano organizzata da Francesco Ruggiero.

Nel 2003 ad Adria, sua città natale, una grande mostra antologia con un importante catalogo.

Catalogo della mostra

Il catalogo della mostra è scaricabile cliccando su questo collegamento o sulla copertina del catalogo

 

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